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‘Operai come schiavi’ per costruire il consolato Usa a Milano

di Redazione Espresso Italia
30/05/2026
‘Operai come schiavi’ per costruire il consolato Usa a Milano

Dovevano “sopravvivere” a Milano con circa 150 euro al mese, quello che gli restava dopo aver guadagnato per 10-12 ore di lavoro al giorno in cantiere, sei giorni su sette, 1200-1500 euro, a cui dovevano togliere quasi 900 euro per pagarsi vitto e alloggio e tenendo conto che parte dei soldi rimasti li mandavano in India per aiutare i familiari. Tutto ciò dopo aver versato persino un “pizzo” da cinquemila euro nel loro Paese agli “intermediari” che gli avevano “permesso” di arrivare in Italia a lavorare, senza conoscere la lingua, firmando carte che non sapevano leggere, tra insulti, botte e minacce.

E’ la situazione di “para-schiavismo” descritta nel decreto con cui la Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza per caporalato per il colosso americano Caddell Construction – con una seconda sede aperta nel capoluogo lombardo – perché avrebbe sfruttato il lavoro di centinaia di operai indiani impiegati negli ultimi anni nella realizzazione della nuova sede del Consolato Usa in piazzale Accursio, che dovrebbe essere ultimata nel 2028, per un contratto da “200 milioni di dollari”. Gli operai, hanno ricostruito i pm, venivano assunti dalla società con ‘casa madre’ in Alabama attraverso un “reclutamento” da parte della “Dynamic House” di Nuova Delhi, società a cui loro stessi dovevano dare circa 500mila rupie, ossia 5mila euro, per riuscire ad arrivare con la formula del “distacco” lavorativo fino al cantiere del nuovo Consolato a stelle e strisce. Là, scrivono i pm Paolo Storari e Mauro Clerici, “venivano sfruttati” con paghe “palesemente difformi dalla contrattazione collettiva e notevolmente inferiori alla soglia di povertà”. É l’ennesima indagine su questo fenomeno, con un quadro “criminale, drammatico e degradante”, portata avanti dalla Procura che ha già messo nel mirino i settori della logistica, della moda, della vigilanza privata e del delivery food.

Come ricostruito in questo nuovo filone dei carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, poi, agli operai, che in questo caso venivano reperiti a migliaia di chilometri di distanza e sostituiti con altri ancora nel giro di qualche mese, veniva detto che sarebbero stati licenziati o “rispediti in India” se non accettavano quelle condizioni. Venivano pagati in media, considerando le varie decurtazioni, 2 euro all’ora. “Sì il pranzo era fornito dall’azienda – ha messo a verbale uno dei tanti manovali ascoltati – ma dovevo pagare 6,50 euro al giorno. A fine mese circa 300-350 euro in contanti a un dipendente indiano delle risorse umane della Caddell (…) ero costretto a dare quei soldi perché lui mi minacciava di continuo”. Un altro ha raccontato: “Ho dovuto firmare altri fogli di cui non ho capito il contenuto, ma sono stato costretto a firmarli”. Indagata la Caddell per la responsabilità amministrativa degli enti e un responsabile dell’impresa per caporalato, il turco Ulas Demir. Durante “il picco dei lavori sono stati utilizzati circa 450-500 lavoratori”, che facevano la spola tra da due residence nel Milanese, dove vivevano, e il cantiere. Oggi, quando gli investigatori sono arrivati là per prendere ancora a verbale le dichiarazioni di chi era al lavoro (una fase che andrà avanti pure nei prossimi giorni), c’è stata tensione con i responsabili. Ora un amministratore giudiziario dovrà controllare il rispetto della condizioni lavorative, regolarizzare i rapporti ed evitare che lo sfruttamento prosegua. E spetterà ad un gip convalidare il provvedimento.

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

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