“Quello che dobbiamo sapere è che vi
è una carneficina di giovani vite in lotta per la liberazione
del proprio paese, l’Iran, dalla Repubblica islamica, nuovo
Zahhāk, il mostro serpentino con tre teste e sei occhi che nella
mitologia persiana simboleggia l’oppressione”. Sono scene e
numeri da Apocalisse quelli raccontati da Mariano Giustino,
corrispondente dalla Turchia per Radio Radicale e autore per
Rubbettino del libro ‘Iran a mani nude. Storie di donne
coraggiose contro ayatollah e pasdaran’ in cui ha raccontato il
coraggio delle donne iraniane che hanno sfidato il regime
teocratico iraniano.
“Il numero dei morti aumenta esponenzialmente, di ora in ora
– continua Giustino -. ‘Sono oltre 3 mila’, gridano i medici
degli ospedali che sono al collasso in tutte le città iraniane.
‘Non c’è posto negli obitori’, lamenta il personale sanitario.
Stanno massacrando la gioventù iraniana a fari spenti, facendo
affidamento sull’oscuramento di Internet e sulla codardia della
comunità internazionale. A compiere i massacri sono le milizie
mercenarie sciite fatte affluire in Iran dalla guida suprema
Khamenei in particolare dall’Iraq, dal Libano e
dall’Afghanistan” racconta Giustino.
“Il processo di trasferimento di queste forze – spiega –
avviene attraverso tre valichi di frontiera e la sua copertura
ufficiale è descritta come un ‘pellegrinaggio ai luoghi sacri
dell’Imam Reza a Mashhad’, ma in realtà queste milizie si
radunano nella base di Khamenei ad Ahvaz e vengono poi inviate
in varie regioni per partecipare alla più violenta repressione
mai messa in atto finora. Si parla di esecuzioni di massa dei
manifestanti che avvengono direttamente per strada senza che vi
siano nemmeno degli arresti. I corpi dei giovani manifestanti
vengono portati in strutture ad hoc per occultarne i cadaveri,
le sparizioni sono diverse centinaia”. Negli ospedali,
sottolinea, “si registrano gravi carenze di sangue, di
attrezzature chirurgiche e soprattutto di specialisti in
oftalmologia. Le vittime con lesioni agli occhi sono numerose,
non esistono strutture ospedaliere specializzate sufficienti per
affrontare questi casi. In un solo ospedale di Rasht sono stati
registrati 110 corpi di manifestanti nell’obitorio”.
“Perfino le cerimonie commemorative delle persone uccise –
dice ancora – diventano teatro di altre uccisioni perché le
autorità non vogliono che si trasformino in occasioni di
protesta e per questo motivo si rifiutano persino di consegnare
i corpi alle famiglie”.
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