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Home Cultura

Virman Cusenza racconta Garibaldi come non lo abbiamo mai letto

di Redazione Espresso Italia
20/02/2026
Virman Cusenza racconta Garibaldi come non lo abbiamo mai letto

E se Giuseppe Garibaldi, l’uomo delle camicie rosse, delle cavalcate leggendarie e dei proclami infuocati, fosse stato anche – e forse soprattutto – un meticoloso agronomo, un imprenditore rurale, un pioniere dell’ecologismo ante litteram, un patriarca di famiglia allargata, un osservatore ossessivo del clima e dei venti? Se l’Eroe dei Due Mondi avesse trovato la sua vera patria non solo nelle piazze della Storia, ma in un quaderno a righe, tra una colonna dedicata ai fiori e un’altra alle “osservazioni-lavori”? E’ da queste domande, insieme semplici e dirompenti, che prende le mosse “L’altro Garibaldi. I ‘diari’ di Caprera” del giornalista e scrittore Virman Cusenza (Mondadori, 216 pagine, 20 euro), dal 19 febbraio, in libreria, che ha il merito – raro e prezioso – di sottrarre Garibaldi al bronzo delle statue e di restituirlo alla carne viva dei giorni che furono. Non l’icona, ma l’uomo. Non il mito, ma la vita. Non l’epica, ma la quotidianità.

Caprera”Caprera. Qui mi vengono le idee, qui ricevo coloro che mi propongono un’impresa, qui accolgo gli amici, i commilitoni, le donne, i figli: tutti sbarcano su un non luogo, uno spazio senza tempo che li riporta al mio abbraccio”. Basterebbero queste righe per capire che l’isola non è, per Garibaldi, un rifugio o una resa. Caprera è un centro di gravità permanente, un laboratorio operativo, un avamposto da cui continuare a pensare, progettare, influenzare. Altro che eremo. Altro che ritiro malinconico dell’eroe del Risorgimento stanco.
Cusenza accompagna il lettore proprio lì, in quell’isola aspra e luminosa che Garibaldi sceglie come casa a partire dal 1856 e che abiterà, a fasi alterne, fino alla morte nel 1882. E lo fa attraverso una fonte tanto sorprendente quanto poco frequentata: i “Diari agricoli”. Un quadernone ordinato, quasi maniacale, che somiglia più al libro mastro di un commerciante o al taccuino di un naturalista che al memoriale di un generale. Eppure, in quelle pagine, si riflette un’intera visione del mondo.
Il 1º giugno 1864, per esempio, è un mercoledì. Il termometro segna 20,5 gradi. Spira un leggero vento di scirocco. Il barometro indica “semisec”, con una pressione di 29,60 pollici di mercurio. È tempo di erba medica. L’igrometro segna un preoccupante 68 per cento. E poi, quasi con nonchalance: “Zolfatura della vigna Depaoli fu molti giorni prima”. Fine. Nessuna enfasi, nessuna retorica. Ma siamo nel cuore pulsante di Caprera, nella testa di Garibaldi.Qui la zappa e la spada si alternano senza soluzione di continuità. Garibaldi è contadino, allevatore, imprenditore agricolo. Impianta quattordicimila viti, importa macchinari all’avanguardia, costruisce uno dei mulini più moderni dell’epoca, sperimenta tecniche innovative in un territorio difficile. Si circonda di un “secondo esercito” di mille capi di bestiame, una sorta di curiosa altra ‘Spedizione di Mille’, con una cura quasi affettiva, tanto da fondare la Società Reale di Protezione degli Animali. Un gesto che oggi definiremmo animalista, ma che allora suonava rivoluzionario.

Caprera diventa così un microcosmo autosufficiente, un esperimento sociale prima ancora che agricolo. Garibaldi lavora la terra, ma allo stesso tempo studia, scrive, riflette. Accoglie amici, intellettuali, politici, avventurieri, curiosi, ammiratori provenienti da tutta Europa. Anticipa modelli di famiglia allargata, intreccia relazioni profonde con donne diverse, convinto che la donna sia il vero motore della trasformazione sociale. Un pensiero modernissimo, che Cusenza mette in luce con finezza, senza forzature.
Nei Diari, accanto alla fioritura delle amarene o alla falciatura dei cereali, compaiono improvvisamente gli eventi che segnano la grande storia. Il 12 giugno 1864, per esempio, la visita di Benedetto Cairoli, garibaldino della prima ora e futuro presidente del Consiglio dei Ministri. Oppure lo sbarco a Caprera del rivoluzionario e filosofo anarchico russo Michail Bakunin. L’ossessione per Roma e Venezia, ultimi lembi d’Italia ancora da liberare, convive con l’ansia per la scarsità delle piogge. La politica e l’agricoltura si intrecciano, si contaminano, si specchiano l’una nell’altra.Nei Diari compare giugno, un mese faticoso, densissimo di lavori. Poi, il 17, una pausa: la famiglia parte per Ischia, dove il generale deve curare l’artrite. Ma anche lontano dall’isola, Caprera resta il centro del suo pensiero. Tornato a fine luglio, dopo il naufragio di un progetto segreto di Vittorio Emanuele per una spedizione nei Balcani, Garibaldi annota con soddisfazione la maturazione dei fichi settembrini e il calo della temperatura. A Ferragosto, una “copiosissima pioggia” scende dall’alba alle due del pomeriggio, operando “un beneficio alla vegetazione meraviglioso”. È un momento di autentica gioia.Garibaldi lontano dagli stereotipi
Virman Cusenza, con scrittura brillante e ritmo da grande reportage narrativo, mostra così un Garibaldi lontanissimo dagli stereotipi. Non l’icona contesa e spesso strumentalizzata da ideologie opposte, ma un uomo capace di passioni, errori, desideri, affetti. Un cosmopolita che intrattiene una fitta corrispondenza con mezzo mondo, comprese le dame inglesi conosciute durante il suo soggiorno londinese. Un visionario con la testa già nel secolo successivo. Un uomo, appunto, sorprendentemente contemporaneo.
C’è, in questo libro, anche un’operazione culturale più profonda. Restituire Garibaldi alla complessità significa sottrarlo alla semplificazione. Significa accettare che l’Eroe dei Due Mondi possa essere allo stesso tempo un leader carismatico e un agronomo puntiglioso, un rivoluzionario e un amministratore, un combattente e un padre, un simbolo e un individuo. Caprera, allora, non è solo un luogo geografico, ma una categoria dello spirito: lo spazio in cui l’azione si fa pensiero e il pensiero torna azione.Non sorprende che questo “altro Garibaldi” risulti così vicino a noi. Nell’attenzione al clima, nella cura per l’ambiente, nella sperimentazione di modelli sostenibili, nella centralità delle relazioni umane, Garibaldi parla al presente. E lo fa senza proclami, ma attraverso la disciplina quotidiana, il lavoro, l’osservazione. Attraverso un quaderno in cui la Storia entra in punta di piedi, accanto alla fioritura di stagione.’L’altro Garibaldi’ non è solo una biografia, ma un invito a cambiare sguardo. A cercare l’epica nei dettagli, la grandezza nella normalità, l’eroismo nella costanza. È un libro che si legge con piacere e che lascia il segno, perché ci ricorda che i miti, quando vengono umanizzati, non si impoveriscono: diventano più veri. E forse, proprio per questo, più necessari. (di Paolo Martini)

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